In viaggio con Mariana

“Non tutti quelli che vagano si sono persi…”

E: Andiamo a Praga?
S: Andiamo! E andiamo a cercare il baretto con tutti gli orologi del film “La migliore offerta”
E: Sai che è un mio sogno. Quando?
S: Up to you. Anche la meta.
E: Scimmiottando Kerouac “non importa dove l’importante è andare” (e testare se effettivamente possiamo considerarci compagni di viaggio ideali) Il che mi porta a non disdegnare meta alcuna (in armonia con le mie precarie finanze!) Se non fossi andato da poco a Marrakech ti avrei detto Fez, anche se ho sempre subito il fascino quasi gotico dell’Europa dell’est…Bratislava? Bucarest (così sotto l’effetto dell’assenzio ci fingiamo Mina e Vlad?)
S: Bucarest! Andiamo potenziale compagna di viaggio e diventiamo immateriali e irreali bevendo assenzio!
E: Le notti bianche a… Bucarest. E Sia!

E Bucarest è stata, o meglio doveva essere.

Predisporre, in poco meno di due giorni, un itinerario che comprendesse gli angoli più remoti della Transilvania, snobbasse Bucarest per cedere al fascino di piccoli borghi arroccati nel nulla, e boicottasse le mete per eccellenza della terra di Vlad, sembrava impossibile oltre che azzardato… ed invece sono bastati un po’ di (in)sano spirito di avventura e tanta voglia di partire per ritrovarsi in un batter d’occhio (o d’ali?) a vagare tra le strade rumene su una fiammante Skoda blu.

Day 1

Non sapevamo ancora cosa ci attendeva, o forse ci aspettavamo tutt’altro rispetto a quanto abbiamo trovato. Il nostro entusiasmo cresceva ad ogni chilometro percorso in quelle strade inaspettatamente moderne, nettamente in contrasto con i paesaggi circostanti.
Dal caos “intrecciato” di Bucarest, pian piano ci inoltravamo in immense pianure verdi, scandite da pascoli e fattorie che contribuivano a rendere suggestivamente bucolico il paesaggio.
Una chiesa bianca dalla cupola dorata, immersa nel nulla, catturava la nostra attenzione… I riflessi del sole la facevano brillare, rendendola ancora più attraente.
Fermarsi? Continuare?

Decidemmo di continuare il viaggio, complice la curiosità di capire cosa stesse succedendo intorno a noi. Ad accompagnarci nel percorso una moltitudine di donne con il “basma” in testa ed un cesto in mano, in fila una dietro l’altra, sfidavano le distanze percorrendo le nostre stesse strade a piedi, in una solenne e opulenta sfilata. Decidemmo di seguirle… sembravano essere dirette verso una cupola verde, di quella che in lontananza sembrava essere una Chiesa; e lì si fermarono e li ci fermammo, venendo travolti da un’accoglienza “gitana” in cui tutte le donne “velate” tentavano di venderci i famosi cesti colmi di fiori e di pietanze.

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Riuscimmo a defilarci solo facendo sfoggio della nostra arma segreta, “l’ignoranza linguistica”, e ci inoltrammo nella famosa “Chiesa” che si rivelò essere un cimitero transilvano contornato dalle guglie dei Carpazi innevati.
Uscendo incontrammo Mariana, lo spirito “guida” del nostro cammino; una simpatica vecchietta che, sfruttando a suo favore l’ignoranza linguistica, creduta erroneamente la nostra arma vincente, senza alcun titubanza o pregiudizio si infilò in macchina con noi, lasciandoci poche possibilità di replica.
E’ stato sorprendente saggiare come in certi casi possano bastare gesti noti e radici linguistiche comuni per abbattere ogni barriera comunicativa.
Voleva che l’accompagnassimo a casa, nel “centrum” di Sinaia e nel tragitto ci raccontava (in un mix indefinito di italiano, rumeno, spagnolo e francese…altro che esperanto!) del suo passato da infermiera e del suo sogno di visitare Roma…

Ancora oggi ci chiediamo se il nostro approdo in tempi record in “centrum” sia stato merito delle mirabolanti indicazioni della nostra guida…
Sinaia, la nostra prima meta: una città al confine tra ciò che avevamo visto e ciò che (non) ci aspettavamo di vedere, famosa per il suo castello e per il monastero ortodosso attorno al quale era stato costruito.
Cosa vi aspettereste da un castello in Transilvania?
L’oscura atmosfera del Dracula di Stoker o l’eleganza sfarzosa di una dimora principesca?

Conduceva al castello un tortuoso sentiero cinto di alberi caduchi dai colori autunnali che sfociava in un giardino-terrazza popolato da imponenti statue marmoree che sembravano scambiarsi sguardi d’intesa, ammirare il paesaggio e dialogare tra loro…

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L’affinità con la dimora della Bestia post trasformazione grazie alla capacità di Belle di guardare oltre anche la diversità più “mostruosa”, specie per chi nonostante l’età non riesce a distaccarsi dall’infanzia disneyana, era immediata, sorprendente.
Varcarne la soglia era l’unica scelta possibile.
L’ingresso al castello comprendeva un tour guidato in lingua inglese e a farci strada tra la fastosità dell’ebano intagliato, negli intrecci di passaggi segreti e di stanze dalle decorazioni esotiche delle mura del principesco maniero, non è stato Tockins, ma una coinvolgente ragazza che dalle sue parole lasciava trasparire la passione per il suo lavoro e le memorie legate a quel luogo.
Era impossibile non rimanerne estasiati.
L’esplorazione della nostra città-confine non poteva concludersi così…
Ci attendeva un’incursione al monastero di Sinaia, dalla consueta architettura ortodossa gremita di fascino, in cui un sacerdote rompeva il religioso silenzio con il suo “lamentoso” ed ammaliante canto.

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Carichi di emozione e stupore riprendevamo in mano il nostro “Ronzino” blu in destinazione Rasnov, entrando definitivamente in Transilvania.
Nella lunga strada per Rasnov le verdi pianure lasciavano il posto alle pungenti vette montuose e ai misteriosi boschi transilvani.
Era l’inizio del cammino verso il “noto” metaforico in cui i chilometri percorsi non erano mai troppi e i racconti narrati mai abbastanza…
A sorprenderci più di ogni altra cosa era il susseguirsi di paesini letteralmente sponsorizzati da noti marchi di bevande di brand globali quasi a voler negare in tutti i modi un passato non troppo remoto e la bianca scritta “Rasnov” in perfetto stile holliwoodiano che ci preannunciava da lontano l’arrivo.
Giungemmo alla nostra seconda meta poco prima del tramonto.

Parcheggiata a valle la nostra fida compagna, iniziammo la scalata verso la fortezza teutonica di Rasnov, ma da bravi turisti italiani (che credevamo di non essere) ci lasciammo sedurre (o abbindolare?) da un trenino-carretto trainato da trattore ed adibito a corriera, palesemente non idoneo al trasporto di persone, ma parte del folclore locale, che conduceva i mal capitati in vetta.
Entrare a Rasnov ti catapultava in un medioevo fantasy in cui il tempo sembrava essersi fermato.
Le cinte murarie ancora intatte consacranti l’inespugnabilità della roccaforte, le piccole case, i negozietti di prodotti locali, le botteghe artigiani, gli uomini vestiti con abiti d’epoca rendevano l’atmosfera degna del miglior realismo magico.
L’ora del nostro arrivo sembrava essere stato scelto accuratamente con accurati calcoli matematici che neanche Turing… l’attimo prima del tramonto che scalda e satura il paesaggio circostante.

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La prima regola del buon viaggiatore è lasciare che le sorprese, gli imprevisti e la curiosità prevalgano sulla progettazione e fu così che nel lungo cammino verso Sighisoara decidemmo di deviare per Bran.
Nella pianificazione originaria, condizionata non poco dai racconti di viaggio scovati qua e là, avevamo preferito escludere la visita al paesino di Vlad, il famigerato e sanguinario conte Dracula, ma il desiderio di soddisfare la nostra sete vampiresca ha prevalso…
Doveva esserci qualcosa in quella terra al di là della foresta, fuori dalla grazia di Dio, in quella terra circondata da maestose montagne e dalle tenebre più profonde, in cui crescevano silenziosi fiori dalla fragile bellezza…
Il richiamo verso Bran era irrefrenabile.

“Voi credete nel destino Che persino i poteri del tempo possano essere alterati per raggiungere un unico scopo?”
“Benvenuti in mia casa… Entrate e lasciate un po’ della felicità che arrecate”
Purtroppo al nostro arrivo il castello era già chiuso…
Ne potemmo vedere solo l’esterno dall’imponente cancello in ferro immaginandoci di essere Mina e Vlad che bevevano l’assenzio, l’afrodisiaco dell’io, la fatina verde che brama le nostre anime, al di là degli oceani del tempo…

(Prometto, ho finito con le citazioni, ma Dracula di Bram Stoker rimane uno dei miei film preferiti)
Non ci rimaneva che partire all’esplorazione del villaggio… Un piccolo mercatino catturò la nostra attenzione dove i negozi di merchandising a tema vampiresco (pensatenpo’) si sovrapponevano a bancarelle di pellami dal dubbio stile e prodotti tipici enogastronomici. Poco più avanti un Luna Park Horror.
Ora non so esattamente se a spingerci a buttare quei pochi spiccioli sia stata la modalità “yes woMAN” che puntualmente si impossessa di ogni viaggiatore varcata la soglia di qualunque terra straniera (vale anche il paesino confinante) o la voglia di riscoprirsi bambini per gioco… ma è bastato un forte sguardo ridente d’intesa, per catapultarci su un trenino (l’ennesimo) alla volta delle “tenebre”.
Veli pietosi da stendere e risate sopraggiunte durante il lugubre tragitto, non credo occorra ulteriormente entrare nei dettagli delle teste mal maciullate e degli stritolii da b-movie, anche perché siamo ancora al primo giorno 😊.

Il buio ci spinse ad abbandonare i nostri sogni Braniani per giungere al nostro approdo finale: Sighisoara.
Nonostante fosse già sera inoltrata, il tragitto verso la meta finale si rivelò agile e scorrevole, complice le meravigliose strade della Romania, di cui accennato all’inizio. e della guida ordinata degli abitanti.
L’albergo prenotato in pieno centro era molto curato e carino, nonostante l’apparente accoglienza frettolosa offerta dai proprietari presumibilmente imputabile alla festa organizzata al suo interno.
Canzoni folcloristiche e ballate locali ci accompagnarono fino a notte fonda.
La camera accogliente, la doccia calda appena fatta, l’enorme letto dalle bianche lenzuola, il tutto unito alla stanchezza accumulata durante la giornata, sembravano in tutti i modi volerci “costringere” a rimanere.

Il dilemma era: abbandonarsi alla pigrizia o farsi tentare dalla gola?
Eravamo si stanchi, ma anche tanto affamati.
E poi si sa “Se si rifiuta il cibo, si ignorano i costumi, si ha paura della religione, e si evita la gente, allora sarebbe stato meglio stare a casa.”
L’idea era quella di camminare il meno possibile sperando ugualmente di trovare un locale vicino che ci deliziasse gli occhi e il cuo…ehm la panza!
La scelta ricadde su un accogliente ristorantino retrò, con tavolini minuscoli, rimasugli di storia del cinema appesi in ogni dove e dal metafisico pavimento a scacchi bianco e nero riproposto con gusto anche nel bagno.
Il giusto equilibrio tra kitch e decoro da rendere un luogo degno di prova!
Ciorba de fasola”, tipico piatto della tradizione rumena a base legumi, e “Fasole cu carnati” furono la nostra cena e, annientato lo scetticismo iniziale legato all’aspetto “da minestra” e alla proporzione ridotta del primo, si rivelarono essere due pietanze molto ricche e gustose.

“Il sonno viene come l’avanzare della marea. Opporsi è impossibile. È un sonno così profondo che né lo squillo del telefono né il rumore delle auto che passano fuori mi arrivano all’orecchio. Nessun dolore, nessuna tristezza laggiù: solo il mondo del sonno dove precipito con un tonfo.”

Day 2

Riposati e rigenerati eravamo di nuovo pronti a rimetterci in cammino.
L’esplorazione di Sighisoara, la sera prima, si era limitata ad un’estenuante ricerca dell’albergo e ad una frettolosa esplorazione nel circondario per trovare qualcosa da mangiare.
E vi dirò, lì per lì ci aveva dato l’impressione di una cittadina di passaggio, senza infamia e senza lode.
Ma esprimere giudizi superficiali su ciò che a stento si conosce non ci avrebbe reso migliori di chi si reca in terra straniera e si lamenta di non trovare pietanze analoghe a quelle preparate la domenica a pranzo dalla nonna.

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Della Romania ricorderemo forse più di ogni altra cosa i Campanili… Quelle costruzioni edificate con l’intento di diffondere e propagare lontano il suono delle campane, per richiamare i fedeli a raccolta, per indicare agli osservanti i luoghi di Dio, sono sempre stati il perno delle nostre scelte. Più volte ad attrarci, a farci rivedere i piani, a costringerci a delle soste non preventivate sono stati loro…e anche stavolta non fu differente.
Un Campanile-Orologio sembrava fosse stato edificato per richiamare l’attenzione dei passanti, un totem inconsapevole creato con l’intenzione di far vedere quello che la città, che l’aveva edificato, poteva offrire.
Accanto ad esso una piccola pasticceria a gestione familiare in cui ordinammo delle buonissime paste a base di frutta secca e cannella ed un caffè “italiano”, come la signora, che riconobbe il nostro accento, si premurò di definire.
Scoprimmo, leggendo la “guida in pillole” da noi predisposta e stampata prima della partenza, che Sighisoara, detta la “Perla della Transilvania”, è un gioiellino architettonico dichiarato patrimonio dell’Unesco per via della sua cittadella medievale tra le più ben conservate d’Europa.
E’ il lato romantico della Romania, priva di qualsiasi collocazione spazio-temporale.
A sorprendere più di ogni altra cosa è la singolare varietà di colori che la compongono: le casette basse e ben curate dai colori sgargianti, a metà tra Portobello e Burano, sembravano esser uscite dalla tavolozza di un pittore.
Tra di esse, in uno splendido giallo ocra, spiccava la casa che si dice avesse dato i natali al conte Dracula, contrassegnata da una targa che ne attestava l’autenticità.
Camminando nelle strade acciottolate della città ancora silente, rimanendo incantati dall’atmosfera fiabesca che si respirava, giungemmo finalmente alla volta del maestoso “campanile” che si rivelò essere una Torre-Orologio (ne avessimo azzeccata una). A colpirci furono da subito le tegole colorate di ceramica che tessevano il tetto del pinnacolo e l’orologio a quadrante doppio dal sofisticato meccanismo, che metteva in azione delle peculiari figurine di legno rappresentanti i giorni della settimana.
Era tutto splendido, volevamo trasferirci in quel non luogo al di là del tempo, ma quest’ultimo ci rimetteva all’ordine e il momento di mettersi in viaggio non poteva più essere postergato.
Direzione Viscri

Lontano dai percorsi “turistici”, su una strada amena e sterrata lontana da quelle percorse finora, costeggiata da campi sterminati e da verdi colline a fare da sfondo, si trova questo piccolo villaggio sassone.

Abbandonate per un attimo l’idea di modernità con i suoi suoni persistenti, gli impulsi continui, la frenesia degli attimi e catapultatevi in una realtà rurale a cui contrapporrete il silenzio lacerante, la stasi della terra e la lentezza del tempo perduto… aggiungeteci gli sguardi curiosi e fieri degli abitanti del luogo e otterrete il preludio perfetto per prefigurarvi questa straordinaria cittadina.
In un luogo in cui ogni momento sembrava non scorrere, l’unico mezzo di trasporto consentito sembrava esser il carretto trainato da buoi e cavalli, in evidente contrasto con la nostra auto che ad ogni metro percorso sembrava quasi profanare involontariamente quell’atmosfera.
Oche, galline starnazzanti, edifici colorati con vestiti folcloristici appesi sulle porte, un fiumiciattolo fonte di sostentamento per la comunità, bambini dai variopinti abiti e uomini con forconi in mano scandivano il nostro arrivo in quest’ambientazione degna di un film di Olmi.

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Giunti all’area fortificata di Viscri, troviamo un cartello manoscritto del 2013, in cui si invitava a contattare il custode ultraottantenne per le visite al maniero solo qualora si fosse in gruppi di otto o superiori.
Sebbene vi fossero altri due temerari, presumibilmente tedeschi, che avevano sfidato il “tempo” per raggiungere questa roccaforte al di là di esso, non raggiungevamo comunque il numero richiesto e disturbare un vecchietto non ci sembrò la scelta più saggia.
Nonostante la tentazione di imprecare fosse forte, la visione di quel mondo ci aveva così appagato che lamentarsi sembrava un affronto alla bellezza respirata.
A rendere speciale quel luogo era l’integrità dei suoi abitanti, non il posto che custodivano.
Ci rimettemmo in macchina, non prima di immortalare nel cuore l’animo incantato di Viscri.

L’ultima meta prima del rientro a Bucarest era Brasov.
Le strade sterrate tornavano a far posto al grigio asfalto, e l’aria di un occidente sempre più bramato tornava a farsi sentire, merito forse delle pubblicità sponzorizzanti le cittadine incontrate durante il tragitto, e l’immancabile scritta bianca holliwoodiana che preannunciava, da lontano, l’approdo alla meta.
Brasov sin da subito si è mostrata molto diversa rispetto a quanto visto fino a quel momento. Gli influssi occidentali in essa erano molto più forti che altrove… le influenze teutoniche erano scorgibili dagli immensi viali, dai tetti spioventi e dalle piazze cittadine…
Il cammino verso Piața Sfatului, crocevia sociale della città, veniva piacevolmente interrotto da artisti di strada intonanti canzoni blues con chitarra e armonica, da ragazzi di tutte le età che entravano e uscivano dai grandi negozi che cingevano le strade e da giovani famiglie che si godevano la loro non troppo fredda domenica di marzo, complice un sole accecante che scaldava persino gli animi più cupi.

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“Vitalità” e “solarità” sono forse le due parole che meglio potrebbero descrivere la nostra breve sosta nella città cuore pulsante della Transilvania.
Nella Piazza, a pianta triangolare, il tutto veniva addirittura enfatizzato. Impossibile non rimanere abbagliati dal simbolo della città la “Chiesa nera”, così soprannominata a causa di un grande incendio che distrusse parte della città e annerì le mura della suddetta, una delle più famose e maestose chiese della Romania.
Inutile dire che la trovammo chiusa, ma considerando l’orario non ne fummo sopresi.
Decidemmo quindi di trovare un posticino dove mangiare e non troppo distante trovammo una gastronomia, completamente arredata in legno, dove due splendide ragazze preparavano dei rustici a base di sfoglia che non potevamo non asseggiare 😊 Nell’attesa ci sedemmo in un grande tavolo in condivisione con un uomo ed una donna, splendidi nella loro annuale complicità.
La scelta del locale si rivelò azzeccatissima, i rustici a base di carne e verdure buonissimi e la cordialità inappagabile…
Avevamo tempo per un altro mini giro e iniziammo a girovagare per le vie del centro. Appena più isolato dalla strada principale scorgemmo un piccolo caffè letterario. Vi entrammo e rimanemmo esterrefatti dall’atmosfera che emanava: quel giusto mix di vintage e bohemienne da far invidia ai neo bistrò parigini.
A malincuore anche il tempo a Brasov era giunto al termine.

Volevamo riservarci, prima di rincasare definitivamente in patria, qualche ora che ci concedesse un assaggio fugace della capitale… ma si sa quando si viaggia gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo…
Ad oggi non sappiamo a quali infausti eventi poter imputare il nostro non accesso alla Capitale… saranno state le strade errate segnalate dal tom-tom? Il traffico cittadino che non contribuiva ad una presa di coscienza su dove, quando, chi fossimo? La stanchezza accumulate o forse l’istinto di sopravvivenza che ti porta a voler a tutti i costi presevar il bello intorno a te?
Così arrivammo in aeroporto e salutammo quella Romania che ci aveva sorpreso ed incantato, quell’ “Icona appesa al chiodo dell’istante..”

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